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Ho l’ADHD o sono solo distratto/a? Capire il Disturbo da Deficit di Attenzione e Iperattività negli adulti


“Non riesco a concentrarmi.”

“Rimando tutto all’ultimo.”

“Mi sento sempre in ritardo rispetto agli altri.”

Sono esperienze comuni, ma per alcune persone non si tratta di semplice distrazione o mancanza di organizzazione. In alcuni casi, possono essere legate all’ADHD (Disturbo da Deficit di Attenzione e Iperattività), una condizione spesso poco riconosciuta negli adulti.


Che cos’è l’ADHD

L’ADHD è un disturbo del neurosviluppo che riguarda il modo in cui la persona regola l’attenzione, l’impulsività e, in alcuni casi, il livello di attività.

Non è una questione di “volontà” o di impegno: è un funzionamento neuropsicologico specifico, che può rendere alcune attività quotidiane particolarmente faticose.

Anche se viene spesso associato all’infanzia, l’ADHD può persistere in età adulta, assumendo forme diverse e meno evidenti.


Come si manifesta negli adulti

Nell’adulto, l’ADHD può presentarsi in modo più interno e meno “visibile” rispetto ai bambini.

Alcune caratteristiche frequenti includono:

  • difficoltà a mantenere l’attenzione su compiti prolungati o poco stimolanti;

  • tendenza a procrastinare o a iniziare molte cose senza portarle a termine;

  • sensazione di mente “affollata” o facilmente distraibile;

  • difficoltà nell’organizzazione e nella gestione del tempo;

  • impulsività (nelle decisioni, nelle parole, nelle emozioni);

  • fatica nel mantenere routine stabili.

Accanto a queste difficoltà, spesso ci sono anche risorse importanti, come creatività, pensiero rapido e capacità di cogliere connessioni in modo intuitivo.


Non è solo attenzione: il vissuto interno

Uno degli aspetti più rilevanti dell’ADHD riguarda il vissuto soggettivo.

Molte persone riportano:

  • senso di frustrazione (“so cosa dovrei fare, ma non riesco a farlo”);

  • autocritica e senso di inadeguatezza;

  • difficoltà a fidarsi delle proprie capacità;

  • alternanza tra momenti di iperfocalizzazione e blocco totale.

Queste esperienze, nel tempo, possono influenzare l’autostima e il modo di percepirsi.


ADHD o semplice distrazione?

È normale distrarsi, procrastinare o avere momenti di disorganizzazione. La differenza sta nell’intensità, nella frequenza e nell’impatto sulla vita quotidiana.

Quando queste difficoltà sono persistenti, presenti in diversi ambiti (lavoro, relazioni, gestione personale) e generano sofferenza, può essere utile approfondire.

Una valutazione accurata è sempre il primo passo per comprendere meglio il proprio funzionamento.


L’approccio cognitivo-costruttivista

In un’ottica cognitivo-costruttivista, l’ADHD non viene visto solo come un insieme di sintomi, ma come un modo specifico di organizzare l’esperienza.

Questo significa che il lavoro terapeutico non si limita a “correggere” comportamenti, ma aiuta a:

  • comprendere come la persona interpreta le proprie difficoltà;

  • lavorare sull’immagine di sé costruita nel tempo;

  • riconoscere e valorizzare le proprie risorse;

  • sviluppare strategie più adatte al proprio funzionamento.

L’obiettivo non è diventare “come gli altri”, ma trovare un equilibrio più sostenibile e coerente con sé stessi.


Cosa si può fare

Un percorso psicoterapeutico può offrire uno spazio per:

  • dare senso alle difficoltà vissute;

  • ridurre l’autocritica e il senso di fallimento;

  • costruire strategie pratiche di organizzazione e gestione;

  • migliorare la regolazione emotiva e attentiva.

In alcuni casi, può essere utile integrare il lavoro psicologico con una valutazione specialistica multidisciplinare.


Comprendere, non etichettare

Chiedersi “ho l’ADHD?” è spesso il segnale di un bisogno più profondo: capire perché alcune cose risultano così difficili.

Al di là dell’etichetta, ciò che conta è iniziare a leggere il proprio funzionamento in modo più chiaro e meno giudicante.

 
 
 

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Dottoressa Elena Veglio

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